Il gioco dello Shanghai

Dietro l’opposizione crescente ai data center emergono operazioni di influenza riconducibili a potenze straniere. Una guerra di percezione che può condizionare la corsa occidentale all’intelligenza artificiale.

Da bambino ero incuriosito dagli Shanghai, ma non tanto per l’abilità che il gioco richiedeva quanto per quello che si vedeva dentro. Mentre gli altri cercavano di sfilare un bastoncino senza far muovere gli altri, io osservavo le correlazioni tra i pezzi, come un disequilibrio si trasmetteva dall’uno all’altro. C’è uno schema sottostante in ogni partita: puoi muovere un pezzo per spostarne uno molto lontano. Mi sono tornati in mente leggendo una dichiarazione di Sam Altman. Il CEO di OpenAI: “Chiaramente le persone odiano i data center”, ha detto recentemente, aggiungendo che l’opinione pubblica è diventata negativa anche verso l’intelligenza artificiale. E i numeri sembrano dargli ragione. Nel 2025 almeno 48 progetti infrastrutturali, per un valore dichiarato di 156 miliardi di dollari, sono stati rallentati o bloccati in presenza di opposizione locale. Negli Stati Uniti si moltiplicano moratorie e iniziative per fermare nuovi insediamenti. Secondo Pew, tra gli americani che conoscono maggiormente il fenomeno, il 67% ritiene che i data center abbiano effetti negativi sui costi dell’energia domestica. Le ragioni della diffidenza esistono e meritano attenzione: consumo energetico e di acqua, impatto ambientale, occupazione del territorio. Questioni concrete, che richiedono dati e trasparenza.

Ma è proprio qui che inizia il gioco dello Shanghai. Siamo nel mezzo della corsa all’intelligenza artificiale, forse la più importante della storia, e per rallentare un Paese democratico concorrente non è indispensabile colpirne gli algoritmi, rubarne i segreti o impedirgli di acquistare chip. Si può intervenire molto più lontano, su un bastoncino apparentemente secondario: la percezione pubblica dell’infrastruttura che rende possibile l’AI. Un’operazione di cyber narrative, la percezione usata come arma. Non è solo un’ipotesi. OpenAI ha individuato un’operazione denominata “Data Center Bandwagon”: account utilizzati dalla Cina per produrre contenuti destinati al pubblico americano contro lo sviluppo dei data center. Il messaggio era semplice e potente: consumano enormi quantità di energia e fanno aumentare le bollette. Altre analisi hanno rilevato attività riconducibili anche a Russia e Iran nell’amplificazione dell’antagonismo contro i data center. È Cyber Narrative Warfare: trasformare l’opinione pubblica in un’arma. Non occorre inventare una notizia falsa. È più efficace individuare una preoccupazione reale, amplificarla e inserirla in una cornice narrativa capace di orientare la percezione. Questa genera opposizione, che diventa pressione politica e rallenta autorizzazioni e investimenti. I social network e i loro algoritmi fanno il resto, alimentando circolarmente il sistema. Noi italiani dovremmo conoscere bene le conseguenze industriali di una percezione. Il nucleare ne è forse l’esempio più evidente.

Dopo Chernobyl, nel 1987, sull’onda emotiva e su un tema di cui la maggioranza non poteva avere competenze tecniche, gli italiani votarono tre referendum che aprirono la strada all’uscita dall’energia atomica. Le conseguenze hanno attraversato i decenni: abbiamo smantellato un settore nel quale eravamo stati tra i leader mondiali — negli anni Sessanta l’Italia era il terzo Paese occidentale per potenza nucleare installata — e contribuito a costruire un sistema elettrico più dipendente dal gas, dalle oscillazioni del suo prezzo e dalla geopolitica. Ancora oggi le imprese italiane pagano l’elettricità sensibilmente più di quelle francesi e importiamo energia proprio dalla Francia, che sul nucleare ha costruito gran parte del proprio sistema elettrico. Il rischio percepito lo abbiamo allontanato; l’energia abbiamo continuato a comprarla. Molti pensano che la competizione tecnologica si giochi soltanto sulla tecnologia: modelli, chip, energia, data center. Questo caso ci dice invece che esiste un’altra infrastruttura strategica da proteggere: la percezione intorno alle tecnologie decisive per il nostro futuro. Nel conflitto ibrido la sicurezza narrativa deve essere considerata al pari di quella fisica e informatica. Proteggiamo una centrale da un sabotaggio e una rete da un attacco cyber; dobbiamo proteggere anche il processo con cui l’opinione pubblica forma le proprie convinzioni. Le democrazie sono particolarmente vulnerabili perché il consenso è, giustamente, parte del loro funzionamento. Nello Shanghai geopolitico del nostro tempo, quindi, la domanda non è soltanto quale bastoncino si stia muovendo. È capire chi e perché lo stia muovendo.

La mia rubrica pubblicata questo mese su Prima Comunicazione