L’intelligenza artificiale aumenta le nostre potenzialità ma così facendo atrofizza le funzioni del pensiero. Impatta, secondo uno studio, soprattutto le giovani menti.
Nelle antiche storie, il patto col diavolo non inizia mai con la paura, ma con una promessa: ottenere tutto senza sforzo. Una conoscenza immediata, un talento improvviso, un potere prima inimmaginabile. Il prezzo arriva sempre dopo.
Oggi, senza accorgercene, ci stiamo avvicinando allo stesso tipo di accordo. L’intelligenza artificiale ci offre sapere e talento, ma ha un prezzo nascosto. Non mi riferisco a scenari alla Terminator o di sicurezza, ma a qualcosa di più subdolo e poco discusso: L’effetto “cognitive offloading” (“scarico cognitivo”), che è quel processo per cui deleghiamo compiti della mente a strumenti esterni.
In via teorica dovrebbe favorire l’accrescere delle nostre capacità intellettive. Ma solo sul breve termine. Gli scienziati cognitivi hanno iniziato a studiare il fenomeno almeno venti anni fa, osservando come gli strumenti digitali diventassero estensioni della mente. Una sorta di memoria esterna a cui affidiamo ciò che non vogliamo o non possiamo tenere nella nostra testa. Questo porta vantaggi enormi. Riduciamo il carico cognitivo, liberiamo risorse per attività più complesse, aumentiamo la velocità decisionale. In fondo è lo stesso principio che ha mosso la rivoluzione industriale: se un sistema esterno gestisce le parti ripetitive di un lavoro, l’essere umano può concentrarsi su altro.
Ma questo scarico non è a costo zero. Infatti, più deleghiamo, più rischiamo di perdere. Negli studi sulla memoria estesa, la cosiddetta extended mind, emerge chiaramente: quando i compiti cognitivi vengono affidati stabilmente a un supporto esterno, le capacità interne tendono a ridursi. Il cervello è plastico, ma è soprattutto economico: se qualcosa non serve più, si atrofizza.
Con l’intelligenza artificiale il fenomeno si amplifica. Il cognitive offloading nell’AI non equivale più soltanto a delegare la memoria o qualche calcolo. È trasferire processi di analisi, scrittura, progettazione, ragionamento. È lasciare che un sistema faccia non solo ciò che è ripetitivo, ma ciò che richiede logica, creatività, linguaggio. Le funzioni più alte. Una soglia mai attraversata prima. Il problema non è che l’AI pensi al posto nostro, perché come abbiamo detto più volte non pensa affatto. Il vero rischio è che noi smettiamo di farlo.
Gli studi internazionali iniziano già a mostrarne gli effetti, soprattutto sui più giovani. Una ricerca del MIT ha mostrato come un frequente utilizzo dell’AI nella redazione di un testo scritto causi una riduzione significativa dell’attività cerebrale e una minore capacità di apprendimento. Nell’esperimento, i ricercatori hanno studiato attraverso EEG (elettroencefalogramma) l’attività cerebrale in tre gruppi di studenti, suddivisi a seconda degli strumenti a disposizione con cui avrebbero potuto scrivere il testo. Un primo gruppo ha scritto senza alcun aiuto esterno, un secondo potendo utilizzare un motore di ricerca, mentre ad un terzo è stato chiesto di scrivere con l’assistenza del modello GPT-4o di OpenAI. I risultati sono rivelatori.
Nel gruppo che ha scritto con il supporto di un chatbot, è stata riscontrata una riduzione della connettività cerebrale fino al 55%, molto più alta rispetto a chi ha utilizzato un motore di ricerca, per cui la riduzione è tra il 34% e il 48%.
Studio del MIT. Nel gruppo assistito da LLM, l’83,3% dei partecipanti non è riuscito a fornire una citazione corretta.
Pensiamo alle ricadute in ambito educativo. I giovanissimi sono l’anello più fragile di questa transizione. Non perché incapaci, ma perché ancora in formazione. Uno studio dell’Università della Pennsylvania condotto su alunni di una scuola primaria, tra i 9 e i 10 anni, ha mostrato come chi si era esercitato su diversi argomenti di matematica utilizzando dei chatbot ha ottenuto nelle relative verifiche risultati del 17% inferiori rispetto ai bambini che avevano studiato da soli. Se deleghi una funzione quando non l’hai ancora sviluppata pienamente, rischi di non svilupparla affatto.
Si apre quindi una questione culturale enorme: che cosa significa crescere in un mondo in cui la conoscenza non si costruisce più, ma si delega? Che cosa accade quando l’apprendimento non passa più dall’elaborazione, dallo sforzo cognitivo, ma dall’intermediazione di un algoritmo? Che tipo di classe dirigente nascerà se la capacità di analisi viene progressivamente atrofizzata? E la democrazia? Che accadrà al giornalismo?
La risposta non può essere abbandonare l’AI, sarebbe ingenuo e soprattutto irrealizzabile. Non possiamo evitare questo patto con il diavolo, ma dobbiamo in qualche modo ingannarlo. Dovremo introdurre obbligatoriamente, come abbiamo fatto per il corpo, una palestra per la mente, senza strumenti, e ognuno di noi dovrà esercitarsi per ore in modo specifico oppure rassegniamoci a diventare sempre più incapaci.
La mia rubrica pubblicata questo mese su Prima Comunicazione.