La crisi dei brand del fashion non è un mistero per nessuno. Da tempo, abbiamo rilevato una flessione reputazionale del settore nei nostri osservatori.
Luca de Meo, che era in cima a Renault, è passato al gruppo Kering. Un segnale fondamentale. È evidente che si sta cercando di trovare delle soluzioni ortogonali. Quando prendi un manager che viene dall’industria e lo metti nel fashion, è segno che stai pensando di cambiare radicalmente l’approccio. È un segno di intelligenza da un lato, ma è anche un segno di crisi importante, perché queste riflessioni arrivano solo nel momento in cui c’è una necessità seria.
Viceversa, in tempi di tranquillità, portare un top manager dell’automotive in cima al fashion sarebbe quasi blasfemia. È una trasformazione antropologica del business che deve incorporare logiche diverse. I brand del fashion sono in calo anche a livello reputazionale.
H&M ha investito negli ultimi anni su un posizionamento etico, con sostenibilità e raccolta di indumenti usati. Un impegno reale e concreto. Allo stesso tempo, però, chiude 160 negozi e questo sta producendo un danno sociale molto difficile da gestire.
Il problema è principalmente sulla rete commerciale con impatti anche a livello locale. Quando si chiude un punto vendita, si scatena un pandemonio e purtroppo le questioni etiche, a volte, sono un ombrello che quando poi piove sul serio non basta per ripararsi.
Non c’è solo la parte etica, c’è anche la parte sociale, con tutti i licenziamenti, le chiusure delle sedi e così via. Questo incide sul locale e sul nazionale. Le iniziative sull’impatto ambientale, per quanto molto importanti, possono attenuare solo marginalmente la percezione globale di un’impresa.
Ne ho parlato con Giusy Dente su Fanpage.