Quando pensiamo alla sicurezza di un Paese, immaginiamo infrastrutture e sistemi informatici che proteggono la democrazia, le aziende o le istituzioni. Esiste però un terreno di scontro meno visibile: quello narrativo.

Chi riesce a orientare questo ecosistema può manipolare il dibattito, amplificare le divisioni sociali, alimentare sfiducia e polarizzazione.

È quella che Ursula von der Leyen ha di recente definito “guerra cognitiva”.

Al fianco dei sistemi fisici, oggi va quindi messo in sicurezza anche il sistema cognitivo.

Nella guerra delle percezioni, infatti, il dibattito si manipola dall’interno: si raccoglie un malcontento diffuso e gli si dà una forma e una direzione che prima non aveva.

Andrea Barchiesi porta l’esempio dei data center. In un momento di crisi, con l’energia sempre più cara, un agente esterno comincia a collegare la bolletta ai data center.

Ne nascono proteste e blocchi burocratici, finché la politica non è costretta a opporsi. L’obiettivo vero, tuttavia, resta nascosto: rallentare l’intelligenza artificiale.

Per questo, secondo Barchiesi, governare le piattaforme digitali con regole trasparenti ed è diventato essenziale per proteggere le democrazie.

Televisione e pubblicità sono state normate, mentre sui social si è ancora con le mani in mano. D’altronde, «controllo non vuol dire censura. È come nelle strade: si tratta di evitare che qualcuno vada contromano o butti la spazzatura in mezzo alla strada».

Ne ho parlato con Gianluca Nicoletti a Melog, su Radio 24.

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