Via della seta: ora fa paura

Prima opportunità, adesso rischio: il tema esplode oggi, ma l’accordo del governo con Xi Jinping è l’ultimo tassello di un percorso iniziato molti anni fa.

Ecco la mia analisi su Prima Comunicazione.

I fatti hanno una vita propria, nel tempo subiscono una curva in cui la percezione rispecchia i mutamenti della società. L’attuale discussione sugli accordi con la Cina ne è un perfetto esempio. Il dialogo in atto, su quella che poi sarebbe diventata la Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, non è affatto un progetto nuovo ma risale ad almeno 15 anni fa, quando nel 2004, durante il secondo esecutivo di Berlusconi, l’allora Presidente della Repubblica Ciampi, in visita a Pechino, vedeva nel gigante orientale un’opportunità unica per l’Italia e un partner commerciale imprescindibile: è ora necessario, dichiarava, imprimere “un salto decisivo ai rapporti economici tra i due Paesi”. L’anno precedente il PIL della Cina era cresciuto del 10% (dal 1991 non scendeva sotto il +5%) e sempre di più erano i cinesi ricchi che guardavano con interesse al made in Italy. Sembrava, allora, che le vie del commercio si sarebbero aperte in una sola direzione e che i consumatori cinesi non vedessero l’ora di vestire e mangiare italiano, arredare le loro abitazioni con i nostri oggetti di design, guidare le nostre auto di lusso. Tutto era semplice agli occhi degli analisti, e la stampa e i politici italiani salutavano con giubilo la vicinanza tra i due Paesi e “le magnifiche sorti e progressive” che aspettavano la nostra economia. Grande entusiasmo. È interessante osservare come in pochi anni questa grande opportunità sia diventata una grande minaccia, tale da innescare tensioni internazionali. Cosa è cambiato? Per dare una risposta proviamo a ripercorrere la storia recente dei rapporti. Negli anni successivi con i governi di centrosinistra guidati da Prodi si è avuta una ulteriore accelerazione. In pochi sottolineavano (mentre molti di più sottostimavano) le implicazioni politiche di un accordo con Pechino, accecati dagli enormi vantaggi economici derivanti dall’apertura del mercato interno cinese alle nostre aziende. Opportunità che nessuno voleva farsi scappare anche in vista dell’Expo di Milano del 2015. Nel frattempo, con il Governo Renzi si erano gettate le basi economiche e finanziare della nuova via della seta. Nel marzo 2015 – assieme a Francia e Germania – il nostro Paese aderì alla Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB), fondo d’investimento internazionale voluto da Pechino, e fondato da altri 57 Paesi, vero motore propulsivo per la costruzione di infrastrutture e opere pubbliche necessarie alla realizzazione della Belt and Road Initiative.

L’accordo trovò fin da subito l’ostilità dell’amministrazione Obama che temeva ingerenze di Pechino nelle scelte politiche dell’UE e ne sottolineava i rischi per la tenuta del Patto atlantico. Qui emerge la prima ragione del ribaltamento da opportunità a rischio: La Cina prima percepita come preda viene riscoperta come predatore, un predatore temibile che agisce con la forza economica in grado di comprare asset nazionali primari e con la forza politica capace di influenzare scelte chiave internazionali.

La seconda ragione è legata ai protagonisti nazionali di questa vicenda, in primis M5s, che in crisi di consenso e spesso in contrasto con l’Europa, ha dato l’impressione di giocare allegramente con l’esplosivo. Il rischio percepito è quello di una colonizzazione economica e politica. Colonizzazione non astratta ma geograficamente simboleggiata dal controllo del governo cinese dei porti di Genova e Trieste, che verrebbero potenziati e riqualificati in vista di un più intenso utilizzo (A Forgotten Italian Port Could Become a Chinese Gateway to Europe, titolava qualche giorno fa il New York Times). C’è una terza ragione che facciamo finta di non vedere ma che è la più preoccupante: questa apertura è asimmetrica, il governo cinese nei fatti è ultraprotezionista creando i propri social e motori di ricerca, mettendo alla porta o limitando per legge i colossi digitali e tecnologici, poca (per essere gentili) trasparenza su come vengono trattati i dati e gestita la privacy. In sintesi dietro una mano tesa manca del tutto una effettiva reciprocità. In questa partita c’è in gioco ben più dell’interesse economico. Il Governo italiano nei giorni scorsi si è tutelato rafforzando il cosiddetto Golden power, cioè la possibilità per lo Stato di intervenire su società italiane che svolgono “attività di rilevanza strategica”. Palliativi. Probabilmente la cosa che più ci spaventa è che nel popolo cinese scorra quella voglia di rivalsa, di lottare e di conquistare che era tipica dell’Italia degli anni ’60, che era nostra, e che ora intorpiditi da anni di benessere abbiamo perso. I conquistatori, perdendo se stessi, presto o tardi si tramutano in prede.