La comunicazione ha una nuova funzione, la Cyber Narrative che integra la cyber security e protegge la percezione del brand da attacchi antagonisti. Ma il comunicatore ancora non lo sa.
Tradizionalmente la cybersecurity è stata associata alla protezione di sistemi informatici, dati e infrastrutture digitali. Il pensiero corre immediatamente a server, reti, firewall, attacchi hacker, una dimensione puramente tecnica, quasi invisibile, affidata agli specialisti dell’IT.
Tuttavia, l’evoluzione del contesto digitale ha spostato il campo di battaglia: oggi non vengono più attaccati solo i sistemi tecnologici, ma anche la percezione delle persone. E questo cambia tutto.
Le organizzazioni operano infatti in ambienti informativi dove narrazioni, contenuti e interpretazioni possono influenzare comportamenti economici e sociali tanto quanto un attacco tecnico. La disinformazione diventa quindi uno strumento strategico capace di destabilizzare reputazione, fiducia e decisioni collettive.
È chiaramente anche un elemento geopolitico e della guerra ibrida contemporanea. Oggi i conflitti non si combattono più esclusivamente con droni, carri armati e soldati sul terreno. Si attaccano i sistemi informativi delle infrastrutture e la narrativa (operazione di liberazione o aggressione? Chi è il giusto e chi il criminale?) perché chi controlla la percezione della realtà ha in mano un’arma formidabile. Nasce così ciò che possiamo definire la Cyber Narrative: un’evoluzione molto più sofisticata della vecchia propaganda e molto diversa dalla comunicazione tradizionale, perché opera dentro ecosistemi digitali governati da algoritmi, con velocità e dinamiche di amplificazione imprevedibili. Non si tratta più di convincere lentamente un’opinione pubblica, ma di intervenire in modo chirurgico sulla percezione della realtà.
Sarebbe però un errore pensare che tutto questo riguardi soltanto gli scenari geopolitici o i conflitti tra Stati. Tutto ciò è ormai presente nella vita quotidiana delle imprese, delle organizzazioni e delle istituzioni. Gruppi antagonisti, avversari politici o competitor orchestrano sempre più spesso attacchi Cyber narrative che possono ferire profondamente e in modo persistente un brand o in alcuni casi distruggerlo, molto più di un attacco ai sistemi informativi.
Chiara Ferragni è stata colpita in modo letale da un attacco narrativo e non dal fatto in sé, come molti pensano. Corona, con i suoi attacchi attraverso la rete a figure di spicco, sta compiendo un attacco narrativo che ha causato ad esempio il passo indietro di Signorini. In politica i casi sono innumerevoli. Distruggere l’immagine di una persona o di un brand è letteralmente levargli il permesso di operare nella società. Questa materia, la Cyber Narrative o perception, affianca e completa la Cyber Security, ne integra il perimetro includendo una minaccia più grave che mai. Testi, immagini, video, deepfake. Qui il confine tra cyber crime, disinformazione e guerra reputazionale si assottiglia fino quasi a scomparire.
Qual è la figura chiave di questa nuova materia? Un comunicatore avanzato che sappia muoversi nel mondo digitale e dei dati. Di fatto, sta già lavorando da tempo fronteggiando minacce, ma non sa di essere stato arruolato. Non sa di essere parte integrante della sicurezza aziendale.
C’è un parallelismo molto forte tra le attività di cyber security e quelle di cyber Narrative, vi sono ad esempio delle vulnerabilità che da un lato sono nei sistemi informativi e dall’altro nell’architettura informativa, nella completezza delle informazioni, nella disinformazione in rete. Ad esempio, se una figura apicale non è presente su Linkedin è estremamente facile creare un profilo ed agire in sua vece, il limite al danno è solo la fantasia. Questo vale per ogni social. Iniettare un virus in rete è nel suo parallelo narrativo infettarla con informazioni lesive, e come abbiamo visto negli anni è molto facile. Ed esattamente come un virus, si replica, si propaga, si trasforma.
Vi sono cinque tipologie di attacco cyber narrativo: organico, di natura spontanea e sociale, va identificato prima della fase esplosiva o poi è difficile da contenere. Il secondo è detto attivato, un evento o un attore specifico attivano una narrativa latente. Un fuoco che incendia una foresta. Il caso Ferragni ad esempio. Il terzo attacchi coordinati, azioni deliberate o organizzate per orientare una percezione. Account sincronizzati, reti di fake, influencer pagati. Sarò abbastanza sintetico per evitare di dare idee pericolose. Quarto, attacchi amplificati, le piattaforme vengono usate per amplificare i messaggi, come l’eco nelle caverne. Infine, gli attacchi sintetici che sono una minaccia emergente, narrative generate tramite AI. Qui è molto difficile distinguere organico da artificiale, vedi i deep fake. Trump è oltre in ogni caso, le sue creazioni superano, come nel caso del Gaza resort, qualsiasi attacco narrativo.
La mia rubrica pubblicata questo mese su Prima Comunicazione.