Le ombre della democrazia diretta

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La piattaforma Rousseau, l’effettiva democrazia della Rete e l’esigua partecipazione ai sondaggi online rendono assai discutibile questa nozione.

Ne parliamo su Prima Comunicazione.

Assistiamo alle prime prove tecniche di democrazia diretta partecipata, ma forse siamo di fronte a qualcosa di diverso. La democrazia diretta accarezzata da alcuni, temuta da altri, per millenni è rimasta una pura speculazione filosofica, praticamente irrealizzabile su popolazioni estese. La tecnologia ha impresso negli ultimi anni una accelerazione vertiginosa e ci ha consegnato delle innovazioni di cui noi stessi non riusciamo a prevederne le conseguenze. La Rete è una di queste.
Uno degli effetti indiretti è la comunicazione orizzontale ovvero il collegamento in tempo reale e su vasta scala di centinaia di milioni di individui. Tutto questo non è sicuramente sfuggito a Gianroberto Casaleggio che si è messo all’opera per concretizzare la sua idea di una democrazia diretta e partecipata che desse voce ai cittadini e li coinvolgesse in tutte le questioni politiche, dalla proposizione delle leggi alla scelta dei candidati.
Casaleggio è stato un personaggio per certi versi enigmatico, il suo pensiero a matrioska racchiudeva sempre un messaggio dentro un altro, prestandosi a differenti letture. La scelta del nome della piattaforma tecnologica che avrebbe reso possibile il suo sogno non fa eccezione: Rousseau. Il riferimento è in onore del ginevrino padre del ‘Contratto Sociale’ che Casaleggio considerava il fondatore della democrazia diretta e che però alla base del suo ‘Contratto’ sosteneva l’impossibilità concettuale della democrazia stessa: “Una vera democrazia non è mai esistita e non esisterà mai, è contro l’ordine naturale che i molti governino e i pochi siano governati”. Dunque, come uscire dall’impasse?
“Non vi debbono essere società parziali e guai se ogni cittadino pensasse con la propria testa; egli deve invece alienarsi, con tutti i suoi diritti, nella comunità’. A ben vedere, come molti hanno storicamente riconosciuto, quella suggerita da Rousseau sembra molto più vicina a una forma di totalitarismo. In effetti si parla di democrazia diretta, ma la struttura realmente implementata è quella di un partito al cui apice figura una società privata e uno strumento, la piattaforma Rousseau, che ne costituisce la spina dorsale attraverso cui passano le decisioni su chi candidare, le posizioni politiche da tenere, le proposte di legge, i documenti da condividere e altro ancora. Lo stesso è definito come il sistema operativo del Movimento 5 Stelle.
Il termine scelto tecnicamente ha un significato ben preciso, il sistema operativo è quello che consente ai nostri computer di operare, viceversa sarebbero delle scatole inerti senza alcuna funzione, Windows, ad esempio, per citarne uno conosciuto da tutti. Il messaggio è chiaro, non si può pensare il Movimento senza Rousseau. Ma il sistema operativo porta in sé il disegno del suo creatore, non è neutrale, ha internamente delle logiche frutto di scelte consapevoli e queste possono cambiare radicalmente l’esito di qualsiasi confronto. Pensate a Facebook: a prima vista è solo uno strumento, ma in realtà incorpora degli algoritmi che decidono per noi cosa vedremo nella nostra bacheca. Solo chi guida le opzioni ha in mano il vero scettro, noi possiamo limitarci a sceglierne una. Siamo qui di fronte a una prima contraddizione concettuale: nella democrazia diretta, dove ogni scelta deve essere sottoposta a tutti, perché una cosa fondamentale come la logica del sistema operativo non è stata condivisa? Perché non è stato votato come costruirlo prima di realizzarlo? Sembra un concetto di democrazia diretta a intermittenza. Consideriamo ora il binomio webdemocrazia diretta alla base del paradigma di Casaleggio. Qui nasce la seconda contraddizione: la Rete può essere considerata democratica? Andando oltre le definizioni filosofiche e concentrandoci sui social network reali, quello che sperimentiamo è un universo in cui esistono importanti bolle ideologiche dove le idee ristagnano, diffamazione, hater, bullismo, anonimato che copre violenze. Basti solo pensare ai commenti contro il presidente della Repubblica durante la crisi nella formazione del governo. Solo per inciso: quelle offese costituiscono reato. Quindi il web, massima espressione di libertà, si manifesta concretamente più come un far west che una democrazia illuminata. La terza contraddizione è quantitativa, si parla di partecipazione diretta ma i numeri sono estremamente esigui, vengono scelti candidati sulla base di una manciata di preferenze. Di Maio è stato incoronato candidato premier con circa 31mila voti, la popolazione di una cittadina della periferia milanese. Diretta quindi sì, ma al momento non proprio partecipata. Questo numero ridotto la prefigura da un lato come facilmente manipolabile da chi ha mezzi anche minimi e dall’altro la rende concettualmente molto vicina a una oligarchia. Sono un po’ confuso alla luce delle riflessioni fatte, un po’ democrazia, un po’ totalitarismo, un po’ oligarchia. Forse serve una nuova definizione.

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